Il Calcio Italiano e la lenta eutanasia dei Numeri 10.

Non è detto che Federico Bernardeschi, fresco acquisto di spessore (e costo) notevole della squadra campione d’Italia, era d’accordo. Anzi. Appena la (tifoseria della) Juventus ha lasciato trapelare la possibilità di assegnare l’ambita maglia al ragazzo, buona parte della tifoseria stessa e degli opinionisti s’è ribellata. Eresia! Come? La maglia che fu di Baggio, del Pinturicchio e di Platini a questo sbarbatello, appena arrivato?

Già. Un po’ come si dibatte da diverso tempo, in casa Napoli, sulla “10” del Pibe e che non sarà mai di Insigne. Paura delle novità, e dei rischi. Già, come se nella storia tutti-tutti i calciatori che l’hanno vestita, quella maglia, l’avessero onorata sino in fondo. Come se di Del Piero, Maradona e Totti non possano nascerne altri. Mai, e per sempre. E invece l’Argentina ha scoperto Messi, dopo Giannini è arrivato lo stesso Totti, dopo Platini Baggio, e dopo Diego Insigne. E così sarà ancora, e per fortuna per sempre. Perché il calcio non si depaupera: semplicemente, cambia. Si evolve. Ma finché non metabolizzeremo tutto ciò, pur vivendolo con l’animo da eterni bambini quali siamo, ma con la tigna severa degli ultra ottantenni, non otterremo di meglio che una Serie A senza numeri 10. Perché questo, ad oggi, è ciò che ci si prospetta: l’Inter con la 10 a Joao Mario, il Milan con la 10 a Calhanoglu, e le altre senza neanche un numero 10. Probabilmente né il portoghese né il turco la meriteranno per come e quanto i nostalgici vorrebbero, ma quantomeno regaleranno un sogno, piccolino, a loro stessi ed a molti tifosi. Soprattutto bambini, perché per quanto nell’ultimo decennio l’aura di magia che si nasconde dietro il primo numero a due cifre sia di fatto evaporata, sono i papà ad inculcarla. E loro sì che affondano le loro radici in un calcio che non solo non aveva paura di conferirla, ma che addirittura si strutturava, in sede di calciomercato, per trovare sempre degni eredi.

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Lo ha fatto anche la Juventus, in realtà. Perché Bernardeschi è quanto di meglio, tra i potenziali assegnatari italiani della 10, poteva capitarle. Tralasciando per un attimo la polemica relativa al suo fragoroso addio alla Fiorentina, ed all’improprio paragone con Baggio, il ragazzo probabilmente avrebbe anche voluto rischiare, chiedendo alla società (ed ai suoi compagni) la maglia che già era senza proprietario, ma è stato inspiegabilmente vessato. Paradossalmente, quindi, la stessa società si ritroverà senza una maglia da vendere, e con almeno due giocatori, in squadra, degni di indossarla. Già, perché il secondo è Dybala. Impaurito anch’egli dai paragoni a priori, un po’ come Insigne, per il quale si continua a chiedere il permesso a Maradona. Che, interrogato, pochi giorni fa replicava, non senza una punta di arroganza: “Solo se segna più gol di me”. Dimenticando, per esempio, sia che lo scorso anno Lorenzo ha segnato in campionato più di quanto mai fatto dall’argentino (18 gol in 37 partite, per Diego il record fu di 16 in 28, nell’ ’89-’90), sia che tra qualche settimana un altro potenziale e meritevole assegnatario, come Marek Hamsik, lo supererà anche in quanto a gol assoluti in maglia azzurra. A Roma, invece, il discorso cambia. Ancora troppo fresca e scarsamente rimarginata è la ferita procurata sulla cute giallorossa rispetto all’addio di Totti. Un 10 per antonomasia, così come lo era Baggio (che in carriera, per inciso, sia in Nazionale che al Milan vestì anche il 18), e di cui Monchi è ancora alla ricerca di un meritevole “figlio” calcistico. Ad oggi, in rosa, non solo non c’è neanche un trequartista, ma per valore storico forse solo De Rossi (che la vestiva da giovane in azzurro) potrebbe ambire alla pesante eredità. Da qui a uno, forse due anni, però, qualcuno arriverà. E chiederà informazioni, sottovoce, prima di vedersi risponder picche, così come probabilmente è accaduto allo stesso Bernardeschi, che ha scelto una meno fascinosa (almeno sportivamente) numero 33, perché, parole sue, è molto “credente e religioso”. Sta di fatto che, per paura, inerzia, fede, motivi tecnico-tattici, arroganza o nostalgia, la Serie A si presenterà quest’anno in Champions League senza neanche un numero 10. Apprezziamo comunque il tentativo di qualche altra squadra (Calhanoglu il Milan, Joao Mario l’Inter, volendo Saponara la Fiorentina, Gomez l’Atalanta, Ljajic il Torino, Anderson la Lazio, De Paul l’Udinese) di riconsegnarsi un minimo di dignità, sotto questo profilo. Rimane, in ogni caso, un po’ di magone. Soprattutto se poi ci guardiamo intorno, e rileggiamo anche la numerazione del Sassuolo con la 10 a Matri e non a Berardi, la Sampdoria che non solo non ne ha uno, ma non riesce neanche a comprarlo ed il Genoa che dopo Ntcham potrebbe darla a Pandev (brividi…). Il tutto, proprio mentre l’unico, vero, grande numero 10 rimasto, diventa bersaglio della sprezzante ironia e delle critiche non solo dei veronesi, ma anche dell’intero movimento calcistico italiano. E, forse, meritatamente. Ciò che ha fatto Antonio Cassano nell’ultimo mese corrisponde perfettamente all’indole folle che ne ha fatto un talento di inarrivabile prestigio, ma anche un triste incompiuto. Avrebbe potuto vincere il Mondiale con la maglia della Nazionale, nel 2006, e conquistare trofei, con le diverse casacche che ha vestito, in carriera, se solo avesse affrontato ogni singola avventura con minor sfrontatezza. Ha invece fatto un percorso dignitosissimo, ma limitato, rispetto alle sue sconfinate potenzialità. Ed ora ha probabilmente chiuso, anzitempo, la sua carriera, dopo un burrascoso ed imprevedibile cambio di idee che poteva risparmiarsi. Quando a metà luglio firmò per il Verona, nei suoi occhi dopo mesi e mesi di esilio (meritato o meno, non è questo il tema) si leggeva chiaramente la voglia di ricominciare, nonostante i 35 anni ed una forma fisica approssimativa che non gli avrebbe comunque precluso la possibilità di continuare a sfoggiare estro e qualità d’altri tempi. Antonio avrebbe dovuto affrontare i suoi primi mesi scaligeri con ben altra vérve, e invece ha mollato, dopo pochi allenamenti, per tornare a casa. Da Carolina e dai suoi bambini, rendendoci a maggior ragione orfani dell’ennesimo numero 10. Perché, per fortuna, qualcuno la numero 10 non ce l’ha sulle spalle, ma direttamente tatuata sulla schiena. Sta a noi riuscire a guardare oltre: d’altra parte, per come stiamo messi, non ci rimane altro da fare.

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