Recensione “USS Indianapolis” (2016)

Ieri sera sono stato dopo tanto tempo al cinema e ok che i film estivi non devi caricarli di aspettative ma questo qua è stato proprio una delusione.

È due volte sciagurato un paese che, dopo aver avuto bisogno di eroi, li ripaga con l’ingratitudine o addirittura mandandoli alla sbarra. Ben venga dunque ogni gesto che intenda rimediare, come nel suo piccolo si propone di fare USS Indianapolis (USS Indianapolis: Men of Courage), film che rievoca la storia dell’omonima nave militare incaricata dal Presidente Truman di trasportare sull’isola di Tinian l’uranio necessario a costruire la bomba atomica e affondata da un missile giapponese sulla via del ritorno. I marinai s’imbarcano per il Mar delle Filippine agli ordini del capitano McVay. La missione dev’essere condotta con rapidità e segretezza e per questo alla USS Indianapolis non viene concessa una scorta. Si ritrova così esposta al fuoco dei sottomarini giapponesi, dotati di un’arma micidiale come i kaiten, siluri modificati come armi suicide, contro i quali nessuna strategia marittima può risultare efficace. Il 30 luglio del 1945, nella giornata di oggi dunque, a missione terminata e ormai sulla via del ritorno, la nave viene colpita e affondata: dei 1197 marinai a bordo circa 300 colano a picco, gli altri si gettano su scialuppe di salvataggio, dopo aver formulato tre richieste di sos, tutte ignorate. Dovranno attendere cinque giorni in mezzo al mare prima che arrivi a soccorrerli un velivolo americano accortosi per puro caso della loro presenza in acqua. Nel frattempo la scarsezza di viveri, l’arsura, le ferite non curate e gli attacchi degli squali avevano decimato ulteriormente il numero dei superstiti, ormai ridotti a sole 316 unità. Ma nemmeno il salvataggio mette il punto a questa brutta storia perché le alte sfere americane, non riuscendo a coprire il disastro neanche con l’euforia della vittoria bellica, vogliono consegnare alla stampa un colpevole per l’accaduto e mandano sotto processo l’eroico capitano McVay con l’accusa di non aver effettuato le corrette manovre per sottrarsi al fuoco nemico e di non aver dato tempestivamente l’ordine di abbandonare la nave.

 

Risultati immagini per uss indianapolis

Il regista Mario Van Peebles sceglie di realizzare un film corale: i ragazzi dell’equipaggio vengono presentati come un insieme unitario e le singole storie (come quella dei due marinai innamorati della stessa donna) lasciate in superficie. In questo modo lo spettatore non riesce ad affezionarsi a nessuno di loro in particolare e così il film, nonostante le enfatiche musiche di Laurent Eyquem eseguite dalla Filarmonica di Praga, risulta privo della carica di empatia che sarebbe stata necessaria. Si preferisce infatti punteggiare il dramma collettivo con una duplice denuncia: l’una, velleitaria, contro ogni forma di guerra; l’altra, sacrosanta, contro il cinismo di un’America che ha disonorato i suoi eroi, in particolare il capitano McVay, che solo sotto la presidenza Clinton ottenne la soddisfazione di essere riabilitato da ogni accusa. Questi diventa l’assoluto protagonista della seconda parte del film, che lo segue tra l’aula di tribunale e l’ambiente domestico, alle prese con i rimorsi che spesso colgono chi non ha nulla da rimproverarsi.

L’accuratezza tecnica di un film dove si è fatto ricorso anche a velivoli e sommergibili dell’epoca non fa purtroppo il paio con la sua capacità di suscitare emozioni, per via della frettolosità nel passaggio da una scena all’altra, dello scarso approfondimento psicologico e della ricorrenza a modelli che restano superiori (vedi il Sully di Eastwood circa la nefandezza del processare un eroe).

Risultati immagini per uss indianapolis

Emozioni che invece devono aver provato ripetutamente il cast e la troupe. Innanzitutto perché un attore (Matt Lanter) è nipote di uno dei sopravvissuti (Kenley M. Lanter, segnalatore di terza classe della USS Indianapolis, deceduto nel 2013). Ma ancor più perché un altro di loro, Richard P. Stephens, è stato invitato sul set a seguire le riprese. Conoscendo le storture cui ricorre Hollywood in alcuni casi, egli si è raccomandato che il film raccontasse la verità. Da questo punto di vista, anche se alla nobiltà d’intenti non corrisponde altrettanta qualità artistica, potrà dirsi soddisfatto.

L'immagine può contenere: 2 persone

Il film ha ricevuto generalmente recensioni scadenti dai critici, con Rotten Tomatoes che ha assegnato il 9% di rating basato su 11 recensioni. Frank Scheck di The Hollywood Reporter ha affermato (giustamente) che gli effetti speciali sono “scoraggiati e poco convincenti”; gli squali del film pensavano fosse come SharknadoGlenn Kenny di RogerEbert.com ha pensato, come Scheck e molti altri, che una storia del genere “straziante” sarebbe stata adattata allo schermo molto prima. Il film non era “assolutamente spiacevole”, ma “completamente non degno di essere visto”, con la sua “pigra inattenzione ai dettagli del periodo”.

 

Ma andiamo ad analizzare la vicenda nel dettaglio:
La notte del 29 luglio 1945 il sommergibile giapponese I-58 si trovava nell’Oceano Pacifico lungo una rotta abbastanza trafficata che collegava le Filippine all’isola di Tinian, avamposto della Marina statunitense. Il comandante Hashimoto fu svegliato perché nel mirino dell’unità nipponica era finita una grossa nave nemica, dalla silhouette probabilmente una corazzata, che navigava a bassa velocità e senza nessuna scorta.

Il 30 luglio, esattamente 72 anni fa, alle ore 00:14 venne dato l’ordine di lancio, ad intervalli di due secondi, di 6 siluri che centrarono in pieno la nave nemica. Dopo essersi immerso per precauzione, il sottomarino risalì in superficie circa un’ora dopo e constatò che non c’era più traccia della nave affondata. L’unità colpita era in realtà un incrociatore classe Portland, l’USS Indianapolis, ed era reduce da un’importante missione: aveva scaricato involucro ed uranio da assemblare per la bomba atomica Little Boy, che sarebbe stata lanciata il 6 agosto su Hiroshima, in Giappone.

Dopo l’affondamento furono lanciati segnali di SOS per ben 3 volte ma in tutti e tre i casi vennero ignorati. La prima volta perché l’addetto radio era ubriaco, poi perché l’ufficiale in comando aveva dato disposizioni di non essere svegliato e la terza volta perché il segnale fu interpretato come depistaggio dei giapponesi. Ad aggravare il tutto anche l’assoluta noncuranza nel valutare il ritardo della nave sulla tabella di navigazione.

Una serie incredibile di leggerezze, negligenze, coincidenze e sottovalutazioni contribuirono al materializzarsi della più grande tragedia navale in mare aperto della Marina Americana.
L’odissea dei naufraghi fu qualcosa di inenarrabile: per cinque giorni rimasero in balia del sole cocente che devastava la pelle senza protezione, la disidratazione produceva effetti deliranti e che conduceva alla morte per annegamento. E come se non bastasse centinaia di squali, attirati dal sangue dei feriti, fecero stragi e mutilazioni. Solo il 2 agosto un velivolo isolato avvistò i naufraghi e lanciò l’allarme e solo in quel momento ci si rese conto che poteva trattarsi solo dell’Indianapolis.

Uno spettacolo agghiacciante si presentò agli occhi dell’equipaggio del cacciatorpediniere Doyle inviato per i soccorsi: per miglia e miglia il mare era una distesa di corpi con gli squali che infestavano ancora la zona. Le ricerche si protrassero fino all’8 agosto, dei 1196 uomini d’equipaggio solo 316 furono tratti in salvo e molti in condizioni disperate. Tra loro anche il comandante Charles McVay.

USS Indianapolis CA-35.jpg

Su di lui si scatenò successivamente un vero e proprio complotto, come disse negli anni a venire lo storico Raymond Leach. Venne accusato di aver messo a rischio la nave evitando la rotta a zig-zag e giudicato colpevole. A nulla valse persino la testimonianza a suo favore del comandante giapponese Hashimoto. Solo negli anni successivi dopo la desecretazione dei documenti e grazie alla tenacia di coloro che ritenevano ingiusta la prima sentenza, ci si rese conto dell’accanimento verso McVay e della negligenza invece dell’ufficio traffico di Guam.

Nel 2000 il Congresso degli Stati Uniti approvò una risoluzione definitiva, che Clinton firmò senza esitazioni, in base alla quale McVay veniva prosciolto dall’accusa per la perdita dell’Indianapolis. Magra consolazione: il 6 novembre del 1968 egli si era suicidato sparandosi con la pistola d’ordinanza.

 

Grazie per aver letto fino a questo punto, te ne sono davvero grato!
Ti ricordo che per conoscere le ultime novità, puoi seguirmi anche qui:

  1. Pagina FacebookLa Volpe Spettinata 
  2. Profilo TwitterVolpeSpettinata

E noi ci becchiamo ad un prossimo articolo! Ciao ciao!
La Volpe Spettinata.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: