Il “mestiere” dell’Allenatore.

“L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato che ci siano le partite.”

Nils Liedholm

È con questa citazione vagamente provocatoria del Barone svedese (che militò nel Milan dal 1949 al 1961 e che formò coi connazionali Gren e Nordhal il celebre trio d’attacco Gre-No-Li) che voglio trattare questa tematica insieme a voi, oggi.

Io nella vita non faccio questo di mestiere, come forse saprete frequento ancora l’università; recentemente però, ho avuto (e tuttora ho) l’occasione di poter allenare dei ragazzini di età compresa tra i 13 e i 18 anni, nelle 2 squadre di calcio a 5, una maschile e l’altra femminile, del mio paesello d’origine, in vista di un importante torneo tra oratori che si terrà tra una decina di giorni, la Starcup… Ma di questo parleremo più avanti.

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Inizialmente ero, non ve lo nascondo, scettico (credo che il coraggiosissimo ragazzo che me lo propose se ne rese conto anche lui senza troppi problemi) ma poi come usano tanto dire gli addetti ai lavori, coloro che di questo sport tanto idolatriamo, “mi sono lasciato convincere dal progetto”… Anche se effettivamente è stato così!
Mano libera su allenamenti, partite, schieramenti, gestione dei giocatori; questo mi si prospettava! In poche parole potevo in senso figurato tenere tra le mie dita una ventina, grosso modo, di ragazzini che mi avrebbero “”””””””idolatrato “””””””” in quanto loro mister (sì, notare le innumerevoli virgolette) e che avrebbero dipeso in tutto e per tutto dalle mie labbra, consapevoli del fatto che come si dice in gergo, IO avevo il coltello dalla parte del manico.

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Poco sopra ho specificato il fatto che si tratta di squadre di oratorio e che per questo la “componente religiosa” ricopre un ruolo assai importante.
Uno dei motivi che alle prime battute mi faceva più dubitare era proprio questo, dal momento che con la religione non ho un rapporto diciamo idilliaco (ma se vorrete tornerò anche su questo); affascinato però dall’idea che sarei stato il capitano di questa “bagnarola” mi sono gettato nel vuoto e da quasi 6 mesi, da dicembre dello scorso anno, mi sono buttato a capofitto in quest’avventura.

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Il ruolo dell’allenatore non è affatto semplice e soprattutto da non sottovalutare; vorrei ora analizzare tutto l’aspetto extra-calcistico,  l’aspetto che scinde il dover posizionare 5, 7, 11 persone in campo come fossero soldatini pronti alla battaglia in base alle loro capacità.
Essere allenatori, per come la vedo io, deve sì essere quanto appena detto, ma anche e in particolar modo ben altro!
Essere allenatori significa essere in grado di ascoltare le esigenze di 10-15 persone, non prese come gruppo, come collettività, ma singolarmente, uno a uno!
Significa “abbassarsi” al loro livello, creare cioè con essi un legame di empatia, che ti permetta di essere riconosciuto come figura, che ti conceda inoltre il privilegio della loro fiducia!
Fargli capire che al di là della partita che dovranno disputare, potranno sempre contare su di te che sarai pronto, che dovrai farti trovare pronto, ad aiutarli, ad ascoltarli, a capirli, a stargli vicino quando silenziosamente oppure no, ti chiederanno una mano.
E io in questo metto tutto il mio impegno.

Perciò volevo concludere con un grazie Martino, per avermi coinvolto in questa fantastica avventura.
La Volpe Spettinata.

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